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Info
rilegatura: brossura
formato: 14,5 x 21 cm.
pagine: 310
ISBN: 978-88-6119-020-7
Editore: Il Libraio delle Stelle
Anno di pubblicazione: maggio 2009
Euro: 16.00
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Indice dell'opera
Trasformazione del Fisico
Trasformazione del Subcosciente e dell'Incosciente
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Il controllo della parola è oltremodo necessario per la trasformazione fisica.

È raro che il silenzio esteriore (mauna) sia molto utile. Quando vi si pone fine, la parola si rimette in moto come prima. È nel parlare stesso che la parola deve cambiare.

Non è questo il modo. Il silenzio assoluto e il parlare sfrenatamente sono due estremi; nessuno dei due va bene. Ho visto molti sadhaka praticare il voto del silenzio (maunavrata), ma poi ridiventare loquaci come prima. Ciò che dovete ottenere è l’autodominio.

Nel complesso avete ragione. È meglio evitare quelle conversazioni inutili che abbassano la coscienza o fanno riaffiorare cose di una coscienza passata. Anche le discussioni riguardanti la sadhana appartengono a questa categoria quando sono puramente mentali e superficiali.

È qualcosa di molto esteriore provare piacere nel conversare di cose frivole; coloro che hanno questa tendenza, ossia la maggior parte delle persone, possono vincerla solo quando la quiete e con essa un certo autocontrollo spontaneo si stabiliscono nella natura vitale inferiore.
Tutte queste cose si risolveranno con il tempo. La cosa più importante è fare discendere la calma nell’intero essere e, con essa, la vera forza che porta quell’energia di cui avete parlato.

Quando si parla, si tende a scendere in una coscienza inferiore e più esteriore, perché la parola viene dalla mente esteriore.Ma è impossibile evitarlo completamente. Ciò che dovete fare è imparare a ritornare subito nella coscienza interiore, e questo finché non sarete in grado di parlare sempre dall’essere interiore, o per lo meno di parlare con il sostegno dell’essere interiore.

Il parlare è un atto più esteriore dello scrivere; dipende più dal fisico e dalla sua condizione. Perciò nella maggior parte dei casi è più difficile sottrarlo alla presa della mente esteriore.

Le chiacchiere di tipo comune sono dispersive e molto facilmente disturbano lo stato interiore, poiché di solito provengono unicamente dal vitale inferiore e dalla mente fisica e sono l’espressione di quella parte della coscienza; tendono a esteriorizzare l’essere. È per questo, naturalmente, che tanti yogi si rifugiano nel silenzio.

Alcune persone sono, per natura, ciarliere, e altre, che sonomolto vitali, non possono fare ameno di parlare senza sosta.Ma nel secondo caso (non essere capaci di fare ameno di parlare) si tratta ovviamente, dal punto di vista spirituale, di una debolezza. Inoltre in certi stadi della sadhana, quando ci si deve interiorizzare, il silenzio diventa indispensabile, poiché le parole inutili disperdono le energie o esteriorizzano la coscienza. È soprattutto questa tendenza a chiacchierare per il gusto di chiacchierare che dev’essere superata.

Le chiacchiere di quel tipo, infatti, stancano molto quando si è nel pieno flusso della vera esperienza, perché dissipano inutilmente l’energia e fanno del movimento mentale qualcosa di frammentato e senza valore, invece di un tutto raccolto ed equilibrato e capace di ricevere.

Quando s’indulge in conversazioni frivole, c’è sempre il rischio che vi s’introduca un elemento superficiale e di squilibrio. La coscienza si sente un po’ scossa, se non addirittura tirata verso l’esterno.Ma quando la coscienza è ben stabilita all’interno, il movimento esteriore viene determinato dal di dentro e quell’inconveniente sparisce.

Sì. Le parole devono venire dal di dentro ed essere controllate dal di dentro.

La difficoltà che provate viene dal fatto che la parola è una formazione che, nel passato, era molto più un’espressione della volontà vitale dell’uomo che della sua volontà mentale. La parola scaturisce quale espressione del vitale e delle sue abitudini, senza curarsi di aspettare il controllo della mente; si dice che la lingua è un organo indisciplinato. Nel vostro caso, la difficoltà è stata accresciuta dalla vostra abitudine di parlare degli altri, di pettegolare, cosa alla quale il vostro vitale teneva molto, tanto che tuttora non riesce a rinunciare al piacere che vi trova.

È perciò questa tendenza che deve cessare nel vitale stesso. Non essere dominati dall’impulso a parlare, essere capaci di fare a meno di parlare e non considerarlo una necessità, parlare solo quando si vede che è giusto farlo e dire solo ciò che si ritiene giusto dire, fa necessariamente parte dell’autocontrollo yoghico.

Si può ottenere tale autocontrollo solo con la perseveranza, la vigilanza e una forte determinazione; se si è determinati, si può ottenerlo in breve tempo grazie all’aiuto della Forza che è dietro.

È ovvio che le abitudini da tempo radicate non possono sparire subito. Inmodo particolare l’abitudine di parlare è, nellamaggioranza delle persone, in gran parte automatica e non sotto il loro controllo. È la vigilanza a stabilire il controllo; si deve quindi stare in guardia contro il pericolo di cui parlate, ossia l’allentamento della vigilanza. E più la vigilanza riesce a essere calma e pura, una vigilanza non ansiosa, meglio è.

Le abitudini della natura fisica o della natura fisico–vitale sono sempre le più difficili da cambiare, perché la loro azione è automatica e non governata dalla volontà mentale, ed è quindi difficile che la volontà mentale le controlli o le trasformi. Dovete perseverare e prendere l’abitudine di controllarvi. Se riuscirete a controllare spesso le vostre parole – cosa che richiede una vigilanza costante –, scoprirete alla fine che il controllo s’imprime e che, con il tempo, si riesce sempre ad intervenire. Occorre continuare finché quel movimento non si aprirà pienamente alla Luce e alla Forza della Madre, poiché potrete allora ottenere il controllo più velocemente, a volte molto velocemente. Può anche intervenire lo psichico: se esso è sufficientemente sveglio e attivo da intervenire e dire “no” ogni volta che state per parlare a vanvera, allora il cambiamento diventa più facile.

Il mal di testa e la stanchezza stanno sempre a indicare che la coscienza non vuole più quest’esteriorizzazione per mezzo del pensiero e della parola, che queste cose l’affaticano. Ma è l’abitudine subcosciente a voler continuare. Per lo più le parole e i pensieri seguono meccanicamente e ripetitivamente certi solchi, e non sono in realtà controllati o dettati dallamente. È per questo che tale abitudine può continuare per qualche tempo, anche dopo che lamente cosciente ha ritirato il suo appoggio e il suo consenso e ha deciso di fare diversamente. Ma se si persevera, quest’abitudine subcosciente emeccanica cessa, come ognimeccanismo che non viene ricaricato.Allora si può formare nel subcosciente l’abitudine opposta di accettare solo ciò che l’essere interiore acconsente che si pensi o si dica.

Ciò accademolto comunemente. Le chiacchiere inutili stancano l’essere interiore, poiché siccome vengono dalla natura esteriore, quella interiore deve rifornire le energie che vengono disperse. Anche coloro che hanno un’intensa vita interiore impieganomolto tempo prima di stabilire un contatto tra essa e la parola e l’azione esteriore. La parola esteriore appartiene allamente esteriorizzante, e questo spiega perché sia così difficile collegarla con la vita interiore.

Sì, certo, la perfetta verità di parola è importantissima per i sadhaka e contribuisce molto a fare entrare la Verità nella coscienza. È tuttavia difficile acquisire il controllo della parola; si è infatti abituati a dire ciò che ci viene in mente senza sorvegliare e controllare le proprie parole. Vi è nella parola qualcosa di meccanico, che non è mai facile portare al livello della parte più elevata della coscienza. Questa è una ragione per cui essere parchi di parole può essere d’aiuto. Favorisce un più deliberato controllo e ci impedisce di lasciarci trascinare dalla lingua e di lasciarle dire ciò che vuole...
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