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rilegatura: brossura
formato: 19,5 x 26,5 cm.
pagine: 384
ISBN: 978-88-6119-034-4
Editore: Il Libraio delle Stelle
Anno di pubblicazione: settembre 2010
Euro: 35.00
Approfondimenti
Prefazione di Fleet W. Maull
Indice del volume
Introduzione dell'Autore
Materialismo Spirituale ed Ego Spiritualizzato
Indice analitico
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Materialismo Spirituale ed Ego Spiritualizzato << torna indietro
Il materialismo spirituale è un attaccamento al percorso spirituale come se questo fosse un possesso o un conseguimento concreto. Si dice che il materialismo spirituale sia il più difficile da superare. L’immagine usata è quella di catene d’oro: non solo sei incatenato, ma lo sei con delle catene d’oro. E tu ami le catene perché sono bellissime e splendenti. Ma non sei libero. Sei solo invischiato in una trappola più grande e più bella. Il senso della pratica spirituale è diventare liberi, non costruire una trappola che ha l’aspetto di una villa imponente ma che è comunque una prigione.

- Judith Leif



Il grande pericolo di tutte le esperienze mistiche – esperienze di illuminazione, liberazione, e così via – è che verranno utilizzate dall’ego e trasformate in materiale usato dall’ego per i suoi fini. Quando il contesto della vita di un individuo è l’auto-referenzialità egoica - vale a dire che l’identificazione è con l’ego come unità separata - le esperienze mistiche, i momenti di illuminazione, le credenziali spirituali, diventano tutti beni potenzialmente pericolosi. La “valuta” della verità può essere velocemente scambiata per la valuta dell’ego, e tali esperienze ben presto diventano un altro ancora dei mezzi dell’ego per rafforzare il suo potere nella sua lotta contro la vera liberazione. L’ego può tentare e tenterà di trasformare tutto a suo beneficio. Ecco perché l’ambito delle esperienze mistiche e di illuminazione è così pericoloso. È proprio perché il loro valore è così alto per il sé essenziale che tali esperienze sono così interessanti, e anche minacciose, per l’ego. L’ego vuole fortificarsi, e vuole anche bloccare efficacemente la liberazione che percepisce come la propria fine. Perciò, diventare un “ego spirituale” è un travestimento geniale attraverso cui infiltrarsi nella vita spirituale sincera dell’individuo e sedurre la sua attenzione distogliendola dalla Verità o da Dio.

Trasferiamo sul percorso ogni nostro bisogno, ogni desiderio di qualcosa. Gli individui che sono tendenzialmente carnali possono, iniziando un percorso spirituale, tentare di acquisire una gamma di stati di beatitudine e di estasi o usare il loro “splendore” spirituale per sedurre dei partner sessuali potenziali; quelli vanitosi e un po’ vistosi nella vita quotidiana possono lavorare duramente per acquisire degli abiti bellissimi, o dei titoli spirituali, o un linguaggio spirituale sofisticato con cui farsi belli davanti ai loro aspiranti seguaci spirituali: gli individui passivi o pigri possono trovare una scuola spirituale che dice loro che sono già illuminati e che non devono fare assolutamente nulla.

Uno dei grandi pericoli del materialismo spirituale emerge quando le esperienze e le pratiche spirituali vengono usare per sfuggire alle richieste della vera vita spirituale. S. Giovanni della Croce ci informava così, tanto tempo fa:

Molti di questi principianti a volte hanno anche una grande cupidigia spirituale. Si scoprono scontenti della spiritualità che Dio dona loro; e sono molto afflitti e lamentosi perché non trovano nelle cose spirituali le consolazioni che desiderano. Molti non ne hanno mai abbastanza di ascoltare consigli e imparare precetti spirituali, e di possedere e leggere molti libri che trattano questo argomento, e passano il loro tempo su tutte queste cose invece che sulle opere di mortificazione e sul perfezionamento della povertà dello spirito che dovrebbe essere loro.

La nozione dell’uso della spiritualità per evitare la spiritualità non è un’idea che si nutrirebbe normalmente (a meno che l’ego non debba farlo per ottenere una maggiore sofisticatezza per convincere se stesso e gli altri che non fa questo). È precisamente per questa ragione che il materialismo spirituale è così complesso. A meno che non si conosca la questione e non si sia seri su questa, non si penserebbe nemmeno lontanamente di interrogarsi in questo modo. Il materialismo spirituale sta sempre dietro l’angolo a spiare e a escogitare qualche nuova tecnica scaltra da usare a proprio vantaggio.

Il materialismo spirituale non è cosa nuova. Chogyam Trungpa Rinpoche, che rese questo termine popolare in Occidente, racconta come l’hobby di collezionare le trasmissioni spirituali sia sempre stato coltivato nel tempo e nelle diverse culture.

Ricevere l’abisheka (trasmissione) non è uguale a collezionare monete o francobolli, o autografi di gente famosa. Il ricevere centinaia e centinaia di abhisheka e il collezionare costantemente benedizioni su benedizioni come una sorta di auto conferma è diventata a volte una mania, una cosa molto diffusa. Questo era vero in Tibet nel diciannovesimo secolo così come lo è di recente in Occidente. Questo atteggiamento, che riflette la corruzione recente della presentazione del vajrayana, ha creato un grosso equivoco. Le persone che collezionano più abhisheka in questo modo le considerano puramente come una fonte di identità e come punto di riferimento. Collezionano abhisheka per un bisogno di sicurezza, e questo è un grosso problema.

La versione contemporanea di quello di cui parla Trungpa Rinpoche si trova nelle “spese spirituali folli” di oggi. Le persone passano dal loro Rinpoche tibetano al loro insegnante di Hatha Yoga al terapeuta trans personale al maestro di meditazione, raccogliendo pezzetti qua e là e creando così una grande collezione di benedizioni, tecniche, strumenti e metodi spirituali. Trungpa Rinpoche continua:

Jamgön Kongtrül il Grande, un maestro tibetano che visse nel diciannovesimo secolo, fu educato e formato come uno studente illuminato di vajrayana…ma Jamgön Kongtrül notò che c’era qualcosa di sbagliato nel ricevere una successione di abhisheka, come se questi fossero articoli per collezionisti. Fece notare il problema dicendo che se non comprendiamo il lignaggio della pratica, allora stiamo semplicemente accumulando letame e questo non ha senso. Un cumulo di letame può essere maturo, odoroso, meraviglioso, ma è sempre e comunque un cumulo di merda. Se fossimo esperti in letame, ne potremmo fare buon uso. Ma quando in realtà stiamo collezionando letame per farne del cibo, questo non è possibile.

In altre parole, se volessimo scrivere un libro sulla tecnologia pseudo-spirituale contemporanea, potrebbe essere utile saltare da insegnante a maestro a sceicco a terapeuta per raccogliere i nostri dati; ma se siamo ricercatori spirituali sinceri, questo approccio ci farà solo girare intorno a noi stessi. Sebbene il materialismo spirituale non sia cosa nuova, è diventato una moda estremamente diffusa in anni recenti. Poiché la cultura contemporanea è così interamente dominata dal materialismo, e poiché la spiritualità ha trovato la sua strada nel mercato di massa, la distorsione dei termini e dei concetti spirituali, il bisogno di vestirsi e di parlare in modo spirituale, e di considerare se stessi come spirituali, sta inondando la cultura di massa. Si potrebbe dire che viviamo in un’era di materialismo spirituale dilagante. Come sostiene Lee Lozowick, “Nella cultura occidentale, dove razionalismo e materialismo sono le essenze di base della nostra relazione con il mondo, le esperienze spirituali tendono a rafforzare ancora di più questa essenza.” Il materialismo spirituale si manifesta anche quando l’individuo che ha avuto esperienze mistiche o ha ricevuto grandi benedizioni da un maestro usa queste esperienze e benedizioni per separarsi dagli altri invece di avvicinarsi di più agli altri e alla sofferenza nella vita. Lozowick spiega:

Il valore delle esperienze mistiche sta nel fatto che gli individui ottengono un barlume della vastità delle possibilità e della illimitatezza della realtà. Se poi questi deducono di essere in qualche modo speciali, qui iniziano i pericoli. Iniziano a spadroneggiare sugli altri e ad usare le loro esperienze per separarsi sempre di più dagli altri, quando invece le vere implicazioni delle esperienze mistiche prevedono l’unione di tutta la realtà. È incredibile come certe persone possano avere tali esperienze e diventare in pratica ancora più separate. Ma questo è ciò che accade tipicamente.

Migliaia di persone hanno avuto queste esperienze, e invece di essere più mature nel servizio per alleviare la sofferenza degli altri, se ne vanno in giro con piramidi in testa e vasi di vetro con luci intermittenti che ti danno ritmi alfa. Se le persone vogliono veramente sapere qualcosa sul servizio, perché non vanno a Calcutta e prendono in braccio bambini in fin di vita e li consolano invece di blaterare sul servire l’universo?

Le esperienze spirituali sono relative al continuum della vita e all’unità di tutte le cose. Se comprendiamo questo, ovviamente diventeremo più responsabili delle nostre azioni in relazione agli altri e al mondo. Eppure sembra accadere il contrario. Le persone hanno queste esperienze e poi vanno a fare più spese e comprano più vestiti e più trucco. Siete mai stati ad una di queste fiere New Age? Come si può mai diventare più vani e superficiali dopo aver avuto un’esperienza che, se fosse interpretata adeguatamente, dovrebbe esporre ogni vanità in tutta la sua totale sofferenza e vacuità?

La chiave della risposta alla domanda di Lozowick sta nella domanda stessa, quando dice, “se [l’esperienza] fosse interpretata adeguatamente.” Il materialismo spirituale riguarda l’interpretazione sbagliata delle idee, degli ideali, delle esperienze, degli incontri spirituali. L’ego non interpreta correttamente le esperienze di sua volontà. Questo punto non può essere ripetuto abbastanza. Gli individui hanno esperienze meravigliose, e per un momento sono “lontani dal mondo,” e subito l’ego si presenta come interprete, e l’individuo presume che l’interpretazione sia corretta.

L’ego spiritualizzato

Un esempio spettacolare dell’ego come interprete si può trovare nell’ego “spiritualizzato.” L’ego ordinario fa le cose che fa un ego ordinario: pensa troppo o troppo poco di se stesso; manipola gli altri e prova costantemente a guadagnarsi il posto più in alto; agisce in modo egoistico; mente, inganna e rubacchia. Ma l’ego spiritualizzato ha il suo gioco; parla in un tono caldo e spirituale; crea un certo splendore di facciata o un’aura che impara ad emanare; ha esperienze “intense” regolarmente; conosce la risposta dharmicamente corretta a ogni situazione. Chiunque abbia un’intelligenza minima può prendere l’insegnamento spirituale del dharma e manipolarlo da una prospettiva egoica. Llewelyn Vaughan-Lee racconta la morte del suo ego spiritualizzato.

Per molti anni trovavo importante il fatto che fossi un ricercatore spirituale. Questa era la mia identità. Un giorno dissi alla mia maestra, la signora Tweedie, “è un ostacolo questo?” Lei disse, “Si, mio caro. Per ora è una gruccia necessaria, ma poi se ne andrà.” Poi ebbi questa visione di una bara su cui era scritto “Aspirante Spirituale.” Quella visione mi diede molta più libertà di essere un essere umano semplice, comune, che ama Dio.

Ricercatore, pioniere, insegnante, maestro, saggio…l’identità con uno qualsiasi di questi ruoli è lo stesso materialismo spirituale. Ci sono molte persone che funzionano in modo appropriato ed efficace in questi ruoli, ma quando l’ego reclama queste identità come proprie, e le sbandiera in giro come fosse un pavone, qui sta la difficoltà. Vaughan-Lee continua:

Una delle cose più pericolose che ho trovato sono questi ego spiritualizzati - gente il cui ego non è più un ego normale a cui piace una bella macchina, o comprarsi un vestito nuovo o cose del genere, ma che ora è diventato un ego spiritualizzato ed ha esperienze spirituali. Vedi tutte le cose spirituali che queste persone conoscono e che desiderano ardentemente rivelarti. Se osservi attentamente noterai che queste persone sono leggermente squilibrate. Sono di solito eccessivamente entusiaste, e da loro viene fuori tutto di tutto. Sostituiscono un ego spiritualizzato a un’esperienza spirituale vera, ed è molto difficile per gli altri riconoscere la differenza.

L’ego non si rende conto che non può avere esperienze mistiche o diventare illuminato, e questa è la causa primaria della nascita dell’ego spiritualizzato e del materialismo spirituale in generale. Vaughan-Lee aggiunge:

Molte persone hanno un’esperienza momentanea di unione e poi tornano nel loro ego, ma l’ego non può avere un esperienza di unione perché la sua stessa esistenza sta nel fatto che è separato. In realtà queste esperienze di unione disturbano grandemente l’ego perché iniziano a minare la credenza dell’ego nella sua esistenza separata.

Il dialogo seguente tra Philip Kapleau Roshi e un allievo illustra questo punto.

Allievo: cos’è il satori?
Roshi: quando a un maestro Zen fu chiesto “cos’è il Buddismo?” rispose “Io non capisco il Buddismo.” Io non conosco il satori.
Allievo: se tu non capisci, chi può capire?
Roshi: perché non chiedi a qualcuno che dice di essere illuminato?
Allievo: tu sei illuminato?
Roshi: se dico di sì, quelli tra di voi che sanno se ne andranno via disgustati. Se dico di no, quelli tra voi che fraintendono se ne andranno via delusi.

Poiché l’ego non può avere esperienze mistiche o diventare illuminato, Kapleau Roshi non può dire di essere illuminato.

Vaughan-Lee descrive un’interazione simile tra Irina Tweedie e Bhai Sahib.

Un giorno Bhai Sahib stava dicendo a qualcuno che non era illuminato, che non aveva realizzato il Sé. Quando l’individuo se ne andò, la signora Tweedie, che gli stava accanto, si arrabbiò moltissimo. Sapeva che lui era uno sceicco incredibile, che era un’anima incredibile, allora disse “ma certo che lo sei! Hai realizzato il Sé! Sei illuminato.” Lui la guardò e disse che in quelle esperienze l’ “IO” non c’è. “Perciò, IO non ho realizzato nulla,” le disse.

Il maestro indiano contemporaneo Vimala Thakar sa che l’unico “qualcuno” che c’è da illuminare è l’ego. Delle sue esperienze descrive, “Il contenuto della coscienza nel corpo di Vimala è il “Nessuno” e in “Niente”. Come si può dire di essere una persona illuminata o un maestro veramente illuminato?” “Il vero mistico sa,” commenta Vaughan-Lee, “che “lui”, “tu”, “io” non potranno mai essere illuminati.”

Una delle cose che la gente non capisce è che non è l’ego ad avere un’esperienza mistica. Carl Jung spiega in modo magistrale la necessità di ricordare che l’ego – o chiunque tu credi di essere – è la mangiatoia in cui nasce il Cristo-bambino, ma non è il Cristo-bambino. C’è troppo fraintendimento su questo punto. Le persone credono di diventare illuminate.

Trungpa Rinpoche disse che l’ego che vuole avere un’esperienza di illuminazione è come se volesse “essere presente al proprio funerale.” Eppure prova a convincere l’ego di questo! L’ego non è solo presente nell’esperienza stessa, ma nel momento in cui questa esperienza essenziale svanisce, l’ego è tutto ciò che rimane. L’implicita realizzazione e il riconoscimento di qualcosa di Altro e Oltre, che era vero dell’esperienza, non è più presente come realizzazione e l’unica cosa che rimane è l’ego, che avanza orgogliosamente a grandi passi per prendersi i meriti dell’esperienza. Dice ancora Vaughan-Lee:

E’ molto, molto sottile il modo in cui, quando hai un’esperienza interiore puoi pensare “Ah! Ora sono questa persona spirituale. Ho avuto questa esperienza.” Un mio amico dice, “allora l’ego ti tira indietro per ammirare l’esperienza.” E’ un processo molto sottile avere l’esperienza e realizzare che non sei tu ad aver avuto l’esperienza, e non lasciare che l’ego rimanga attaccato all’esperienza.

Un allievo descrive il processo per cui l’ego si prende i meriti dell’esperienza mistica nel modo seguente.

Personalizzare l’esperienza mistica e non riconoscere la sua origine sarebbe come un ramo di un melo che guarda se stesso e, mentre ammira i suoi bellissimi fiori e foglie, decide di staccarsi dall’albero così può andarsene in giro per il mondo a mostrare i suoi fiori. È assurdamente ovvio con questa analogia che i fiori non dureranno a lungo senza l’albero, ma quando consideriamo noi stessi no è poi così chiaro. L’idea dell’emergere di qualcosa come risultato della connessione con una fonte più grande di noi e poi prendere le cose nelle proprie mani è ridicolo.

Per quanto possa sembrare ridicolo, è quello che fa l’ego. “Spesso penso a questa canzone,” ricorda Vaughan-Lee. “Non puoi andartene in paradiso su una sedia a dondolo, perché una sedia a dondolo non dondola così lontano.” E non puoi arrivare alla Realtà attraverso l’ego, perché l’ego non può raggiungere un altro piano di realtà perché è concepito per questo piano di realtà. L’ego non può avere un’esperienza spirituale. Può solo portare il riflesso di un’esperienza spirituale, poiché la mente ordinaria appartiene a un livello di dualità.”

Lozowick commenta che anche dopo quello che chiama “l’esperienza che mi ha spinto verso il mio lavoro di insegnamento” e quello che i suoi allievi considerano come il suo spostamento in un contesto illuminato, ancora pensava che fossa in qualche modo “lui” a irradiare l’insegnamento e la benedizione che venivano da lui.

L’ego dice, “questa gente mi ama. Queste persone vogliono darmi qualcosa.” Prima di connettermi veramente al mio maestro Yogi Ramsuratkumar, pensavo: “Ho questo grande splendore. Ho questo magnifico dharma.” Che stupido. Non siamo mai noi, perciò ti metti nei guai seri se inizi a prenderti la responsabilità dell’attenzione che attrai.

È difficile non rimanere sedotti. La veridicità e autenticità di queste esperienze è sconvolgente. C’è un’espansione in esse. Ci può essere la completa realizzazione che l’universo intero è nel proprio corpo, oppure si può avere esperienza dell’unione tra tutte le forme di vita. Tutto questo dà alla testa, e ci vuole un altissimo grado di onestà individuale e coscienza per non prendere queste esperienze e usarle per puntellare l’ego, per rendere l’ego più forte. Più si lavora per contenere le energie superiori, più pericoloso è per l’ego identificarsi con il processo che si sta attraversando, che a un certo punto si riconosce come non essere il proprio processo personale. È un processo universale che è molto più grande di qualsiasi cosa con cui ci identifichiamo in questa incarnazione.

Sebbene l’ego non può mai essere illuminato, o diventare “spiritualmente evoluto,” l’ego spiritualizzato ben presto si prende gioco di sé e degli altri. All’occhio non allenato, le sue manipolazioni possono sembrare scollegate, e la sua radiosità e generosità apparente sono difficili da mettere in discussione. L’altro aspetto dell’ego spiritualizzato che Llewellyn Vaughan-Lee enfatizza è che sebbene l’ego non può avere vere e proprie esperienze mistiche, può però sintetizzare la sua marca di spiritualità – ovvero delle imitazioni di ciò che è vero. In Cutting Through Spiritual Materialism, Trungpa Rinpoche spiega:

Se hai imparato una tecnica meditativa o pratica spirituale particolarmente benefica, allora l’atteggiamento dell’ego è in primo luogo di considerarla come un oggetto affascinante, e in secondo luogo di esaminarla. Alla fine, poiché l’ego sembra solido e non può in realtà assorbire nulla, può solo mimare. Perciò l’ego prova ad esaminare e ad imitare la pratica di meditazione e il modo di vivere meditativo. Quando abbiamo imparato tutti i trucchi e le risposte del gioco spirituale, automaticamente proviamo ad imitare la spiritualità…comunque, non possiamo fare esperienza di ciò che stiamo provando ad imitare; possiamo solo trovare qualche zona all’interno dei confini dell’ego che possa sembrare la stessa cosa…

L’ego imita le esperienze e i gesti spirituali perché vuole i benefici che immagina che tali esperienze possano portare, ma non vuole sacrificare i propri meccanismi. “Diventiamo degli attori molto bravi,” dice Trungpa Rinpoche, “e mentre giochiamo a fare i sordomuti col vero significato degli insegnamenti, troviamo un po’ di conforto nel fare finta di seguire il percorso.”
Jack Kornfield discute questo principio illustrando gli insegnamenti Buddisti dei “nemici vicini.”

I nemici vicini sono qualità che emergono nella mente e che si mascherano da realizzazione spirituale vera, quando in realtà sono solo un’imitazione, che serve a separarci dal vero sentire piuttosto che connetterci ad esso. Un esempio di nemici vicini si può vedere in relazione ai quattro stati divini che il Buddha descrive della gentilezza amorevole, della compassione, della gioia empatica, dell’equanimità. Ciascuno di questi stati è un segno di risveglio e di apertura del cuore, tuttavia ciascuno stato ha un nemico vicino che imita il vero stato, ma che in realtà emerge dalla separazione e dalla paura invece che da una sincera connessione…ciascuno di questi nemici vicini può mascherarsi da qualità spirituale, ma quando definiamo spirituale la nostra indifferenza o rispondiamo al dolore con la pietà, stiamo solo giustificando la nostra separazione e usando la “spiritualità” come difesa…se non riconosciamo e comprendiamo i nemici vicini, questi indeboliranno la nostra pratica spirituale.

Gli individui che hanno spiritualizzato il loro ego si trovano in una situazione precaria e per nulla invidiabile, sebbene si immaginino di essere le belle della serata danzante spirituale. Hanno usato essenzialmente la spiritualità come un meccanismo di difesa per proteggere se stessi dal mostrarsi come invece sono veramente, che è l’essenza della spiritualità. Il loro ego che sa tutto è diventato talmente preparato nel campo della spiritualità e ha creato una tale corazza attorno ad esso che non c’è quasi verso per vedere che hanno manipolato la loro conoscenza a loro scapito. Poiché conoscono tutto – qualsiasi spiegazione dharmica, qualsiasi stato meditativo – non c’è un’apertura sincera per accorgersi che il loro “sapere tutto” è precisamente ciò che li ostacola nella loro vita spirituale. Gilles Farcet, uno dei quattro insegnanti responsabili del lavoro con degli allievi sotto la guida del maestro spirituale Arnaud Desjardins, condivide la sua scoperta di questo aspetto del materialismo spirituale nel suo lavoro con gli allievi.

Nel corso degli anni, quello che ho scoperto essere pericoloso da quando insegno ha a che fare con certe persone – di solito persone molto intelligenti – che pretendono di sapere, e dico “pretendono” in modo sincero, perché queste persone si illudono. Si pongono rispetto a insegnamenti non dualistici, assoluti e rigidi in modo tale da credere di averlo capito. Non entrano però dentro la loro psicologia e non esaminano il proprio comportamento.

Questa strategia può essere molto sofisticata. Un uomo con cui lavoravo in un gruppo era intelligente e sofisticato. Non potevo dirgli cosa stesse facendo. Quando ho soltanto provato ad alludervi, l’ha subito coperto con un dharma sofisticato. Era impossibile penetrarlo. Era ovvio che la sua strategia era quella di rimanere nel controllo. Ho notato che la maggior parte delle persone che usa questa strategia sono persone che hanno molto da perdere in termini di perdere la faccia se vengono davvero confrontate su quello che succede dentro di loro.

Di solito queste persone hanno visto qualcosa che non è totalmente falso. Hanno percepito qualcosa, ma proprio perché sono così sensibili, hanno fatto ricorso agli insegnamenti spirituali come strategia di sopravvivenza. Non hanno fatto il lavoro necessario per affrontare la verità sui loro meccanismi psicologici, per cui vogliono aggirarli. Trovo che questo tipo di strategia sia molto più pericolosa delle esperienze mistiche fantasiose che non durano. Questo tipo di persona fa molto per danneggiarsi, e a volte anche per danneggiare gli altri.

Uno studioso e allievo dell’ Advaita-Vedanta si riferì alla tipologia di ego nella descrizione di Farcet come a “ego antiproiettile.” Questi sostiene che quando un individuo non ha un contesto per comprendere la natura delle esperienze e degli insegnamenti spirituali (e anche quando lo ha), l’ego prende le esperienze e gli insegnamenti che riceve, li raggruppa, e li fa orbitare intorno a se stesso. Poi li assimila a un ego “a prova di proiettile.” Quando l’ego stesso è composto dalle esperienze e dagli insegnamenti, niente all’infuori di un piccolo miracolo riuscirà a penetrarlo. Fin troppo consapevole della natura insidiosa dell’ego, Llewellyn Vaughan-Lee insiste che, per il bene del lavoro spirituale, l’individuo se la caverebbe molto meglio con un ego comune che con un ego spiritualizzato.

Ancora una volta, il pericolo è sempre quello di spiritualizzare l’ego, di diventare una “persona spirituale.” Dico sempre che è molto più facile se hai una buona identità mondana perché è molto più semplice sbarazzarsene, ma di una identità spirituale è difficile liberarsi.

La possibilità che l’ego sia capace di tali trucchi intricati per innalzarsi allo status spirituale elevato è plausibile per chi ha familiarità con i suoi meccanismi, ma una tale assurdità non entrerebbe mai nella mente del turista spirituale comune. Finché l’intero contesto di qualcuno non si sposta sul riferimento a Altro o a Dio, l’ego interpreterà le esperienze spirituali sempre nei modi che servono meglio ai suoi scopi. Vi sono tracce evidenti di materialismo spirituale in tutte le tradizioni e in tutte le culture. Rivendicare il territorio spirituale di cui l’ego si è appropriato richiede l’affinamento della capacità di riconoscere quando l’ego sta mandando avanti lo spettacolo e la volontà di mettere in discussione le supposizioni che facciamo sulla base delle interpretazioni e del programma dell’ego.
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