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Info
rilegatura: brossura
formato: 15 x 21 cm.
pagine: 176
ISBN: 978-88-6118-006-2
Editore: FioriGialli edizioni
Anno di pubblicazione: settembre 2006
Euro: 14.00
Approfondimenti
Prefazione di Fulco Pratesi
Indice dell'opera
Estratto: Le stagioni venatorie
Comunicato Stampa
Notizie sull'autore
Cenni biografici
Lega per l'abolizione della caccia
Il Naturismo
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LE STAGIONI VENATORIE

Se la caccia dovesse continuare ad esistere (del che non si vede una ragione plausibile), e fosse gestita secondo criteri scientifici, essa dovrebbe essere almeno limitata alla stagione autunnale, e ciò per vari motivi: Anzitutto, la caccia non dovrebbe interferire con il periodo detto della dipendenza, in cui gli uccelli sono impegnati nell’allevamento dei piccoli nel nido, periodo che normalmente termina con l’involo, e ciò per l’ovvio motivo che in caso di uccisione dei genitori, i piccoli morirebbero di fame. In alcune specie il periodo della dipendenza si estende anche oltre l’involo. In molte specie di uccelli il periodo della dipendenza si estende fino alla fine dell’estate (in poche specie anche ad una parte dell’autunno). Ad esempio, nella moretta eurasiatica l’involo può avvenire fino alla metà di settembre, pertanto l’inizio della stagione venatoria non deve essere fissato prima di tale data.

Per quanto riguarda la fine della stagione venatoria, va considerato che, secondo le teorie della compensazione, se la caccia è moderata ed avviene durante l’autunno, la mortalità da essa prodotta viene compensata da una riduzione della mortalità naturale durante il successivo inverno. In realtà le teorie della compensazione non sono state completamente confermate dalle ricerche sul campo, ma sembra che vi sia per lo più una compensazione almeno parziale. La caccia sarebbe quindi sempre dannosa, ma se estesa anche all’inverno arrecherebbe maggiori danni rispetto ad una caccia solo autunnale. Infatti, mentre un esemplare abbattuto in autunno potrebbe essere sia un potenziale riproduttore che un potenziale candidato alla mortalità naturale invernale, un esemplare abbattuto alla fine dell’inverno è sicuramente un potenziale riproduttore.

Inoltre, la maggior parte delle specie di uccelli è migratrice. Le migrazioni degli uccelli avvengono secondo tempi che variano nelle varie specie. Poche specie iniziano la migrazione prenuziale (cioè quella verso i luoghi di nidificazione, di solito verso Nord) a dicembre, altre a gennaio. Molte specie di uccelli, inclusa la gran parte di quelle cacciabili, iniziano la migrazione prenuziale a febbraio2. Pertanto, una stagione venatoria estesa fino alla metà dell’inverno, peggio ancora se estesa fino alla fine di febbraio o ai primi giorni di marzo, interferisce più o meno intensamente con la migrazione. Ciò è estremamente dannoso, in quanto la migrazione degli uccelli comporta un grande dispendio di energia, per cui essi effettuano delle soste durante le quali hanno bisogno di riposarsi e di nutrirsi, e non di essere disturbati e dover spendere ancora altra energia per mettersi in salvo dagli spari dei cacciatori. Recenti ricerche hanno dimostrato che nei Passeriformi i primi individui a passare nella migrazione verso i luoghi di riproduzione sono i maschi maturi, che sono i più prolifici; pertanto è importante che non vi sia nessuna sovrapposizione tra stagione venatoria e migrazione, e che quindi fin dal passaggio dei primi migratori la caccia sia completamente fermata.

Infine, nelle anatre l’accoppiamento avviene alla fine dell’inverno o in primavera, ma le coppie si formano fin dall’autunno o durante l’inverno attraverso complicati cerimoniali di corteggiamento, migrano insieme e rimangono insieme fino al periodo della riproduzione. Naturalmente la caccia non tiene conto dei legami di coppia, e così avviene spesso che di una coppia venga ucciso un solo partner; l’altro partner può non trovare più un nuovo partner libero, ed in tal caso non potrà riprodursi in quella stagione; oppure troverà un nuovo partner, ma potrà subire una riduzione del successo riproduttivo (vedi capitolo 6.6).

L’estensione della caccia alla stagione invernale non ha nessuna giustificazione scientifica. In passato la caccia in Italia terminava alla fine di marzo, poi la sua fine fu anticipata al 10 marzo; nel 1992 la nuova legge sulla caccia portò la fine della stagione venatoria al 31 gennaio. L’inizio della stagione venatoria è fissato dalla legge alla terza domenica di settembre, con facoltà per le Regioni di anticiparlo al 1° settembre. In base a quanto sopra esposto, questi limiti temporali fissati dalla legge sono troppo estesi. Per limitare al massimo i danni prodotti dalla caccia, la stagione venatoria dovrebbe essere limitata dal 15 settembre al 15 dicembre.

6.4

I CARNIERI

La Direttiva del Consiglio del 2 aprile 1979 concernente la conservazione degli uccelli selvatici n. 79/409/CEE all’articolo 2 stabilisce: “Gli Stati membri adottano le misure necessarie per mantenere o adeguare la popolazione di tutte le specie di uccelli di cui all’articolo 1 ad un livello che corrisponde in particolare alle esigenze ecologiche, scientifiche e culturali, pur tenendo conto delle esigenze economiche e ricreative”. Al successivo articolo 7, comma 1, la stessa Direttiva stabilisce che “le specie elencate nell’allegato II possono essere oggetto di atti di caccia nel quadro della legislazione nazionale. Gli Stati membri faranno in modo che la caccia di queste specie non pregiudichi le azioni di conservazione intraprese nella loro area di distribuzione”.

Inoltre, al successivo comma 4 dello stesso articolo essa stabilisce che “gli Stati membri si accertano che l’attività venatoria […] rispetti i principi di una saggia utilizzazione e di una regolazione ecologicamente equilibrata delle specie di uccelli interessate e sia compatibile, per quanto riguarda il contingente numerico delle medesime, con le disposizioni derivanti dall’articolo 2”.

È evidente pertanto che la caccia degli uccelli, in base alla Direttiva, deve essere limitata non solo nel tempo e nello spazio, ma anche nella quantità di animali uccisi.

La legge nazionale sulla caccia n. 157 dell’11 febbraio 1992 stabilisce, all’articolo 18, comma 4, che “le Regioni […] pubblicano […] il calendario regionale e il regolamento relativi all’intera annata venatoria, […] con l’indicazione del numero massimo di capi da abbattere in ciascuna giornata di attività venatoria”, cosa che le Regioni fanno puntualmente.

Si potrebbe pensare che la quantità di animali che è permesso di uccidere venga calcolata per ciascuna specie sulla base di accurati censimenti e calcoli scientifici, ma non è così. In Italia di molte specie cacciabili non esistono censimenti. Per la stagione venatoria 1988-1989 la LAC (Lega per l’Abolizione della Caccia) calcolò, moltiplicando il carniere teorico stagionale individuale per il numero di cacciatori in 18 su 20 regioni e sommando i risultati, che era legalmente permesso di abbattere 3.812.000.000 esemplari, senza contare le specie “fuori carniere”.

Poiché dal 1988 ad oggi il numero di cacciatori in Italia si è dimezzato, mentre i carnieri sono stati solo di poco modificati, è probabile che il numero di esemplari che è lecito uccidere si aggiri ancora intorno ai 2 miliardi (in gran parte uccelli migratori). Un numero così elevato di esemplari non esiste in Italia, infatti è stato calcolato che il numero di uccelli migratori che ogni autunno lasciano l’Europa e l’Asia occidentale per recarsi a svernare in Africa, attraversando il Mediterraneo, sia dell’ordine di grandezza di 5 miliardi13. Poiché l’Italia può intercettare solo una parte del fronte di tale migrazione, il numero di migratori che vi transitano dovrebbe essere intorno al miliardo. Bisogna inoltre tenere conto del fatto che tali uccelli attraversano nella loro migrazione anche altri Paesi, nei quali avviene anche un prelevamento. Un limite di carniere così elevato (2 miliardi) è quindi globalmente irraggiungibile ed equivale al fissare, su un’autostrada, un limite di velocità di 500 chilometri l’ora. Il numero di uccelli effettivamente abbattuti è infatti molto più basso, e stimato tra i 100 e i 250 milioni di capi ogni anno.

6.5
LE TRAPPOLE

Le trappole in Italia sono vietate, ma in alcuni altri Paesi, specialmente dell’America settentrionale e dell’Europa settentrionale e centrale, sono permesse ed anche molto diffuse, soprattutto per la cattura degli animali da pelliccia. Solo negli Stati Uniti nella stagione 1977-1978 furono catturati 18.784.261 animali da pelliccia con le trappole.

La trappola più antica, ed anche la più diffusa dove non è stata vietata, è la trappola a ganasce. L’animale, attirato da un’esca, fa scattare una o due molle che fanno chiudere le ganasce, e rimane preso per lo più per una zampa. In genere l’animale non rimane ucciso sul colpo, ma rimane ferito più o meno gravemente, spesso con fratture ossee. Può rimanere prigioniero per ore o per giorni, in attesa che il trappolatore ritorni a controllare le sue trappole, e gli porti la morte liberatrice; nel frattempo non ha riparo dal sole né dal gelo, e può essere divorato da qualche predatore. Alcuni animali (fino al 50%) si troncano la zampa con i denti per liberarsi.

A seguito di movimenti di opinione sorti soprattutto in Canada, negli Stati Uniti e in Inghilterra, le trappole a ganasce sono state vietate in alcuni paesi, e sostituite da trappole di nuova concezione (dette “umane”, perché dovrebbero uccidere in modo umano), che si ispirano al principio di uccidere istantaneamente, oppure a quello opposto di lasciare l’animale vivo e senza ferite fino al ritorno del trappolatore, che lo ucciderà.

Tra le trappole del primo tipo, la più nota è la “Conibear”, dal nome di un trappolatore della Columbia Britannica che la ideò. In teoria lo scatto delle sue ganasce dovrebbe avere una forza sufficiente ad uccidere l’animale sul colpo; in pratica però l’energia cinetica da essa fornita è insufficiente5. Un altro inconveniente delle trappole che dovrebbero uccidere istantaneamente è che esse, come tutte le trappole, non sono selettive; di esse, infatti, esistono diversi modelli, che sono progettati per uccidere istantaneamente animali di diverse specie. Ma se, invece dell’animale per cui la trappola è progettata, vi incappa un animale di specie diversa, esso non sarà ucciso, perché l’energia fornita dalla trappola è insufficiente per la sua mole, oppure perché verrà colpito nella parte del corpo sbagliata.

Anche la trappola a ganasce può essere considerata “umana” quando viene impiegata per catturare animali acquaioli, quali sono in America settentrionale il visone, l’ondatra zibetica e il castoro del Canada.
Infatti in tal caso la trappola viene per lo più collocata alla superficie dell’acqua, in cui gli animali cadono o si tuffano appena vengono presi nella trappola stessa, trascinando con sé la trappola che con il suo peso impedisce all’animale di riemergere e ne causa la morte per affogamento. Il Comitato per il trappolamento umano del Canada considera accettabile una trappola che causi la perdita di conoscenza entro 3 minuti, condizione che si realizza in questo caso per il visone d’America ma non per il topo muschiato né per il castoro del Canada6.

Per catturare gli animali in modo da lasciarli vivi ed illesi si possono usare trappole a ganasce foderate, oppure trappole a cassetta. Ma dal punto di vista dell’animale catturato, è dubbio se una trappola che lo lascia illeso, costringendolo a ore o giorni di attesa fino alla morte somministrata dal trappolatore, sia davvero preferibile ad una che lo uccide più o meno rapidamente.

Un altro inconveniente delle trappole è la loro scarsa selettività. L’uccisione di animali non desiderati è più frequente nelle trappole a ganasce che nelle Conibear. Tra essi abbondano gli uccelli.


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